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Il più famoso libro di Silvio D'Amico, critico, storico, organizzatore teatrale, scritto alla fine degli anni Venti del Novecento, si intitola "Il tramonto del grande attore". Una presa d'atto, ed un auspicio di riforma del teatro italiano, contro cui egli si batteva. Quel teatro guitto, provinciale, dei superstiti "mostri sacri", pleiade in via d'estinzione, al posto dei quali voleva quella che si chiamava allora la "compagnia di complesso", e, con essa, il rispetto dei testi e l'organizzazione dello spazio secondo un disegno coerente e critico ad opera di un nuovo personaggio emergente, il demiurgo scenico. Si batteva contro l'ottusa "routine" della tradizione, certo, ma per conservare, del passato, quanto restava di insegnamento vivo, di patrimonio tecnico, di valori espressivi.
Ma anche quando, finalmente, nel dopoguerra, si affermò il "teatro di regia", l'attore, pur non passando in secondo piano e pur dovendo adeguare il libero sviluppo della propria espressività al progetto interpretativo generale, è sempre stato la componente fondamentale di quel complesso di forze concentriche, di contributi diversi, che è uno spettacolo teatrale. Perse, certo, in qualche modo, quella signoria assoluta del palcoscenico che gli era stata riconosciuta da secoli. Ben presto, però, come risposta e forse come reazioni a quei processi che ne limitarono o ne posero in dubbio la funzione, al centro dell'attenzione del pubblico ritornò la presenza attorale, il prestigio o il carisma dell'interprete in prima persona. Oggi è dalla parte dello spettatore che viene e si fa sempre più palese la richiesta di una professionalità interpretativa, che sia anche suggestione personale, emanazione magnetica di cui magari non si possano spiegare le ragioni ma che si avverta. Meglio, anzi, se essa rimane avvolta in qualcosa di incomprensibile, che confini un po' con la magia.
Proprio per rispondere a questa richiesta abbiamo voluto dedicare la stagione di prosa al "grande attore". All'attore-guida, attraverso il quale si instaura un rapporto diretto fra chi agisce sulla scena e chi assiste dalle poltrone. Un rapporto (o ammiccamento o complicità), che fa trascorrere nella platea, come accadeva una volta, al tempo dei grandi "mostri sacri", quasi un soprassalto dell'attenzione, un vero e proprio brivido o sussurro, una comunione di sentimenti e di sensazioni.
Gabriele Lavia, Paolo Poli, Giorgio Albertazzi, Glauco Mauri, Carlo Giuffrè, Giulio Bosettti, Paolo Villaggio, costituiscono una galleria di nomi che non sono solo degli assolo di bravura stilistica, dei racconti a sé stanti, ma sono una professionalità, un'autorità, un'identità coordinati ad un'idea di teatro affermatasi nel tempo che nell'irrinunciabilità della parola recitata trova nuove forma di comunicazione in sintonia con i cambiamenti culturali, linguistici, ideologici della società.
A questo atto d'amore - e, insieme, di testimonianza di un merito, di una presenza, di una vocazione - verso i punti fermi di una tradizione entro cui si sono dipanate e continuano a dipanarsi forme irripetibili di un'arte, abbiamo voluto affiancare modi differenti di fare teatro, per valorizzare vocazioni e linguaggi, stili e sensibilità appartenenti alla nuova drammaturgia, alle tendenze ed ai processi di ricerca della giovani generazioni di autori, registi, interpreti. Cosicché, attraverso il confronto e la dialettica scenica, soprattutto attraverso la fusione tra le suggestioni del testo ed il gioco dell'attore, la stagione di prosa, assieme a quella di danza, musica, lirica ed operette, possa offrire momenti ricchi di emozioni, fantasia, poesia, sogni...
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