Compagnia Lavia |
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L'AVARO di Molière traduzione di Cesare Garboli |
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con GABRIELE LAVIA
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Note della Regia |
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Jean- Baptiste Poquelin avrebbe voluto essere un attore tragico. Ma, si dice, che, Molière, avesse una grande difficoltà nella declamazione dei versi: voce sorda, articolazione affrettata. Questi “difetti”, però, lo rendevano unico e inimitabile nella Commedia. Ma dietro il riso e l’eredità dei Comici dell’Arte, c’è sempre, in Molière l’aspirazione o soltanto il “sogno” della Tragedia. Una tragedia non eroica, non ipertrofica, ma una tragedia sporca, nera, che nasce da una storia “schifosa”. Gli eroi di queste storie schifose sono cornuti, misantropi, arrampicatori sociali, avari, piccolo borghesi, malati... malati a tutti i costi. Malati fino alla morte. Malattia di vivere che divora e uccide questa strana umanità che si presenta con una bizzarra diversità fisica e psicologica. Mettere in scena Molière fa paura. E “L’Avaro” è un testo che fa paura. Paura per la sua ambiguità e la sua inafferrabilità. Arpagone è proprio un caso clinico. E’ un mostro senza saperlo. Incosciente come un bambino. Vecchio- bambino o Bambino- vecchio, con la paura lancinante della vecchiaia e della morte. Sessant’ anni non sono poi così tanti, ma sono abbastanza perchè la morte diventi il pensiero dominante della propria vita. Pensiero dominante e Voluttà della Morte. Soprattutto se (come recita la didascalia) Arpagone “tossisce”. E noi sappiamo che Molière “tossiva” e che è morto di... “Tosse”... Allora questa sporca, ridicola, tragedia di un ridicolo uomo- vecchio- bambino, con la voluttà della morte, questa commedia dolorosa di un padre odiato dai figli che vivono in una casa dominata dal lutto della madre morta... sì... può mettere paura… ma nel contempo essere una stimolante sfida per il regista che la deve mettere in scena. |
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